La reinfezione con Omicron

La reinfezione con Omicron

Ormai la variante Omicron del virus SarsCoV2 viene riscontrata nel 100% dei nuovi contagi. Ma adesso le cose si complicano, i microbiologi clinici individuano sottogruppi, con sensibili differenze dai progenitori, per cui il rischio reinfezioni esiste per tutti. La Omicron 2 si presenta come un virus nuovo, più contagioso, tendenzialmente meno aggressivo. 

La prima versione della Omicron, la BA.1, sta arretrando per l’incalzare del sottogruppo BA.1.1, presente per il 36%, mentre la BA.2 è al 5%, ma destinata a crescere. Una terza variante BA.3, è al momento molto poco presente.

Dopo la comparsa della Omicron, si è verificato un picco di seconde infezioni. Tale vulnerabilità si riscontra più facilmente nelle persone che hanno contratto Covid-19 da più di sei mesi, nei soggetti privi di difese, nelle donne rispetto ai maschi adulti, nei giovani rispetto alla fascia generazionale degli ultrasessantenni, negli operatori sanitari (perché più spesso esposti a cariche virali). Dopo 4-6 mesi iniziano a calare gli anticorpi, e anche la memoria immunitaria, col passare dei giorni, sembrerebbe risvegliarsi con meno vigore.

La prevalenza delle reinfezioni nel sesso femminile viene messa in relazione alla maggiore presenza di insegnanti donne in ambito scolastico, e allo stretto contatto delle madri con i figli, che sono più facilmente portatori asintomatici del virus. La prevalenza delle reinfezioni nei giovani si spiega invece con l’esuberanza e la spiccata socialità tipica degli adolescenti, mentre sopra i sessant’anni i contatti ravvicinati con più persone sono relativamente meno frequenti.

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