Fermo pesca nel Tirreno rischia perdite da 25 milioni

Un mese aggiuntivo di fermo pesca nel Tirreno rischia di causare perdite economiche pari a 25-26 milioni di euro, escludendo l’indotto legato al settore. La misura riguarda i pescherecci che utilizzano sistemi da traino lungo le coste di Liguria, Toscana, Lazio, Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna. La decisione del Masaf prevede uno stop aggiuntivo di 30 giorni, successivo a quello ordinario di ottobre, per recuperare lo sforamento dei giorni di pesca autorizzati e scongiurare una chiusura totale fino a fine anno, inizialmente proposta dalla Commissione Europea.

Secondo le stime di Confcooperative Fedagripesca, la pesca in tutto il Tirreno genera un valore compreso tra i 160 e i 230 milioni di euro l’anno. Tra le regioni più colpite figura la Sicilia, che rappresenta quasi un terzo della flotta di strascico e il 46% dell’intera area tirrenica. La Toscana è il polo principale del Tirreno centro-settentrionale con il 15% della flotta e il 22% della tirrenica. Campania e Lazio costituiscono un altro blocco significativo, con il 17% della flotta e il 24% della tirrenica, la Campania con un peso quasi doppio rispetto al Lazio.

Tra gli obiettivi principali della misura c’è la protezione del nasello, una specie considerata in sovrasfruttamento nel bacino tirrenico dall’Unione Europea. Il nasello è uno dei pesci più apprezzati dai consumatori italiani, con sette italiani su otto che lo consumano regolarmente, secondo un sondaggio Fedagripesca.

Fedagripesca sottolinea come il lungo negoziato con Bruxelles, supportato dall’intervento del Masaf, abbia evitato misure insostenibili, ma abbia imposto ulteriori sacrifici sia alla pesca artigianale che ai palangari. L’associazione lancia un appello all’Europa affinché valuti con maggiore attenzione le ricadute economiche e sociali delle proprie decisioni e modifichi il Regolamento Feampa per includere tutte le domande di demolizione ancora pendenti. Nell’immediato, servono strumenti di sostegno economico per le cooperative che gestiscono mercati ittici e servizi agli armatori, due mesi senza reddito sarebbero insostenibili, così come misure dedicate ai mestieri diversi dallo strascico, chiamati a condividere responsabilmente gli oneri della sostenibilità.